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Tribù Karen e donne dal collo lungo

Non sarebbe stata Thailandia per me se non mi fossi spinta fino al nord di Chiang Rai, per vedere e conoscere di persona la storia delle donne della tribù dei Karen.

Anni fa, sono incappata in un articolo neanche ben elaborato, in cui veniva raccontata per sommi capi la storia delle donne dal collo lungo e di come negli anni da rifugiate politiche fossero diventate delle sfruttate turistiche, per via della loro particolarità culturale di inserire degli anelli intorno al collo per allungarlo. Ricordo bene di aver immediatamente pensato che se l'autore dell'articolo fosse stato mosso da un reale intento di "smuovitore di coscienze", nello scriverlo avrebbe dovuto e potuto quanto meno evitare di usare il termine "donne giraffa", perché per primo le svuotava di dignità personale in nome di una scrittura sensazionalistica.

Certo, però, che il dubbio su quanto ci fosse di vero in quella storia mi si era sollevato e così da quel momento la Thailandia e nello specifico il Karen Village a Chiang Rai è diventato un mio obiettivo.

Ed eccomi qua, alle soglie dell'ingresso in trepidante attesa di ascoltare la loro storia dal vivo.

Siamo in una vallata abbastanza ampia tra le montagne del nord della Thailandia, poco distante dal Triangolo d'oro, ossia quel punto della mappa geografica in cui il fiume Mekong separa le tre nazioni di Laos, Myanmar e Thailandia.

Parcheggiamo l'auto in una piazzola antistante un botteghino dove paghiamo per accedere. Sono le 10 di mattina: la nostra è l'unica macchina in sosta e noi siamo gli unici visitatori al momento. È un dato che registro come insolito: mi aspettavo orde di turisti accalcati l'uno sull'altro nell'intento di scattare quante piu foto possibili a queste donne dal collo lungo e colorato. Questi almeno erano i moniti di alcuni articoli, che raccontavano di donne sfruttate dal governo thailandese a mero scopo di lucro. Ma qua di turisti ci siamo solo noi e nel giro che faremo ne arriveranno solo altri due.


All'ingresso del villaggio veniamo subito accolti da queste donne, i cui sorrisi sono sembrati grandi abbracci accoglienti.

La prima di queste, bellissima, con un colore di pelle ambrato e un taglio di occhi calamitante, mi ha subito presa con sé per disegnarmi delle splendide foglie dorate sulle guance. Il suo tocco era cosi leggero che sarei potuta rimanere in silenzio ipnotizzata forse anche a farmi inserire sul collo almeno uno di quegli anelli che tanto fanno discutere i ben pensati occidentali, ma che sono invece per loro espressione e rivendicazione di una cultura che per lungo tempo il governo birmano ha provato a soffocare.

Risale infatti alla fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90, la fuga di molte comunità tribali dal Myanmar in Thailandia, a causa delle persecuzioni e della guerra civile. Ovviamente, tutto nasce a causa dei soldi, perché le tribu Karen, arrivate in Birmania secoli fa dalla Mongolia e dal Tibet, risiedono in una zona ricca di risorse naturali come gas, pietre preziose e legname. Se, però, il precedente governo birmano si mostrava favorevole a concedere alle maggiori etnie della regione la libertà di scegliere il proprio futuro sociale e politico, nonché l’autonomia e la difesa delle proprie tradizioni, con l’avvento della dittatura militare sono almeno 70 anni che queste tribù subiscono violenze e soprusi in atto ancora oggi.

In un report del 2018 dell' Onu, si parla di una guerra silenziosa, in cui vengono commesse violenze sistematiche contro civili, donne e bambini come parte di una strategia deliberata per intimidire, terrorizzare e punire le popolazioni. Si contano almeno mezzo milione di sfollati interni e più di 130 mila persone rifugiate in campi profughi thailandesi. Uno è quello che stiamo visitando oggi, in cui ci raccontano i primi durissimi anni in accampamenti di fortuna senza acqua, elettricità e scarsissimo cibo. Oggi ci mostrano, invece, una situazione nettamente diversa, dove per quanto possa essere possibile, il loro è un vivere sereno e certamente molto più dignitoso.


Nella loro cultura le donne non lavorano, ma svolgono un ruolo di primaria importanza accudendo figli e gestendo le attività domestiche. Al sostentamento familiare provvedono gli uomini. In questi anni, però, le donne hanno trovato il modo di aiutare economicamente. Il report dell' Onu citato sopra ha suscitato un certo clamore intorno alla situazione dell'etnia Karen. Clamore che in occidente, come si usa spesso fare, si è trasformato in una battaglia sulla giustizia etica in merito alla loro situazione. Il focus si è così banalmente spostato dalla loro tragedia di esiliati, rifugiati e perseguitati, in una battaglia etica e morale contro l'utilizzo degli anelli di ottone intorno al collo delle donne.

Proprio quegli anelli che queste donne della tribu Karen indossano, perché simbolo della loro appartenenza culturale, nonché di quella lotta che stanno ancora combattendo in Birmania per rivendicare i loro diritti e la libertà delle loro tradizioni.

Quegli stessi anelli che oggi permettono loro di guadagnare, vendendo souvenir a turisti attratti fino a qui dalla loro particolare usanza.


Su internet ho letto un po' di cose sulla situazione delle donne Karen, come ad esempio che vengano sfruttate dal governo thailandese per guadagnarci sopra, che le bambine siano costrette ad indossare questi anelli e che non possano essere tolti, altrimenti morirebbero. A quanto pare, venendo qui, si scopre che niente di tutto questo è vero.

Gli anelli di ottone che indossano queste donne sul collo ed anche intorno alle caviglie e ai polpacci, nella loro cultura sono considerati un simbolo di bellezza e si ipotizza che l'origine di questa forma, oggi edonistica, un tempo invece offrisse una protezione contro i morsi di tigre, salvaguardando la loro sopravvivenza.

L'usanza si tramanda di generazione in generazione. Quando le bambine hanno appena cinque anni, iniziano ad indossare gli anelli di ottone al collo. Con l'età, la spirale viene sostituita da una più lunga e vengono aggiunti altri giri, facendo apparire il collo più allungato e teso, da cui il nome "collo lungo". Gli anelli sono pesanti, arrivano anche a 5 chili e causano lividi intorno alla clavicola e al collo, ma questo non le scoraggia dall'indossarli.

Come, del resto, non mi sembra che le donne occidentali si scoraggino nel rifarsi chirurgicamente seno, labbra, naso a fronte di tutte le conseguenze che tali operazioni comportino. A differenza dei ritocchini che non sono reversibili, quando le donne Karen diventano adulte, invece, hanno la possibilità di continuare ad indossare gli anelli, o di farseli togliere; la maggior parte sceglie di tenerli, ma non perché sia a rischio la loro incolumità fisica, bensì perché è un ornamento tradizionale a cui non vogliono rinunciare.

Infine, se da una parte è vero che il governo thailandese trattenga i soldi incassati per l'ingresso, dall'altra quei soldi servono per permettere alla stessa tribù una vita dignitosa, tanto da riuscire a far definire dai turisti il Karen Village appunto un villaggio, mentre invece è un centro profughi a tutti gli effetti.

Il governo, infatti, permette ai bambini karen di andare a scuola gratuitamente fino ad un certo grado di istruzione, sostiene l'insegnamento della lingua thailandese e inglese per tutti i membri della tribù, ma soprattutto provvede al reperimento di acqua, elettricità e di materie prime, con cui costruire le loro dimore e i manufatti, che poi rivendono come souvenir e di cui ovviamente trattengono il guadagno.


Qui in thailandia è vero che lo status della tribù Karen è quello di rifugiato, ma un rifugiato a cui per la prima volta viene riconosciuta la propria identità culturale e che, paradossalmente, proprio attraverso di essa, si guadagna un certo grado di liberta economica e dignità personale.

Il caso della tribu karen appare dall'interno del loro centro profughi più un mediatico baluardo di principi etici e morali di cui solo noi occidentali ci preoccupiamo, a discapito di un reale racconto di soprusi, violenza e guerra che subiscono da anni queste tribu in Birmania: un classico esempio di come l'Occidente ben pensante guardi al dito, piuttosto che alla Luna mostrata da chi vive da dentro la tragedia.

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